Anchor o spreaker? 

L’eterna diatriba tra i podcaster emergenti: meglio anchor o spreaker? La risposta definitiva esiste, e dipende dalle tue esigenze. Come vedremo più avanti, per i più esigenti Spreaker potrebbe rappresentare la migliore scelta, perché Anchor presenta alcune incognite alle quali non sembra ancora esserci risposta. La più importante, a mio parere, riguarda l’impossibilità di attivare la monetizzazione al di fuori degli Stati Uniti. 

Prima di scendere nel dettaglio, tuttavia, vorrei raccontarti l’esperienza che ho avuto, prima con Anchor, e poi con Spreaker.

Scegli l'hosting podcast migliore

Seleziona l’hosting migliore per le tue esigenze. I più utilizzati, dei quali ho esperienza diretta, sono Anchor e Spreaker. Il primo è completamente gratuito, ma con alcune importanti limitazioni. Il secondo offre piani gratuiti e a pagamento.

Inizia a registrare

Registra con il software proprietario dell’hosting, o con software di terze parti come audacity. La distribuzione sulle maggiori piattaforme audio come Spotify, Apple Podcast, Google Podcast e altri sarà automatica, e a carico dell’hosting scelto (che sia Anchor o Spreaker).

La mia esperienza con la piattaforma Anchor

Correva il 2016, qui in veneto, nella Padova universitaria frizzante e spensierata. Io, studente di laurea magistrale in psicologia cognitiva applicata, mi accingevo a laurearmi con una tesi sperimentale in neuropsicologia dello sport. L’anno precedente mi ero avvicinato al digitale, e avevo deciso con altri ragazzi di fondare un progetto di divulgazione scientifica, che avrebbe preso il nome dal mio corso di studi, appunto psicologia cognitiva applicata.

Sperimentai prima una comunicazione scientifica ed evidencebased su instagram, con un buon riscontro, e decisi che mi sarei buttato a capofitto nella creazione di contenuti divulgativi. Tra le molte possibilità, avevo previsto anche il podcasting.

Registrai la mia prima puntata con un microfono da smartphone, che avevo trovato su Amazon usato, ad un prezzo inferiore ai 15 euro, e appunto il mio smartphone. Il mio primo errore fu l’impazienza: ero così preso dalla mia voglia di sperimentare, che non mi informai minimamente sulle potenzialità di un hosting di podcast piuttosto che altri.

Scelsi così il primo che trovai: Anchor. Fu tutto immediato: inizia a registrare puntate su puntate, e quando arrivai alla trentesima in due mesi, mi resi conto che gli ascolti iniziavano a salire vertiginosamente. Continuai per circa dodici mesi a pubblicare, studiando e sviluppando nuovi topic. Giungo a più di 6k ascolti al mese, decisi che avrei tentato la via della monetizzazione. Mi aspettava, però, un’amara sorpresa. 

L’impossibilità di monetizzare

Anchor, fino a quel momento, aveva soddisfatto le mie esigenze alla grande. Era di semplice utilizzo, a dir poco user friendly, veloce ed efficiente. Con Canva avevo creato delle copertine che a quel tempo sembravano perfetto (se le riguardo oggi, mi viene il nervoso), e avevo distribuito con un Click le mie puntate su Spotify e Apple Podcast. un gioco da ragazzi, alla portata dei meno esperti.

Ciò che mi spezzò il cuore fu appunto l’impossibilità di monetizzare al di fuori degli USA. Chiariamo qui un punto critico: definisco la monetizzazione dei contenuti come:

  • Monetizzazione Diretta (se il fatturato avviene mediante ADS inserite dal software proprietario o dal creator stesso su contenuti del software proprietario);
  • Monetizzazione indiretta (se il fatturato avviene mediante la vendita di un prodotto/servizio esterno al software proprietario.

Il mio progetto avrebbe previsto una monetizzazione diretta, che quindi con Anchor non avrei mai potuto attivare. Venni allora a conoscenza di Spreaker, e questa volta mi informai: la monetizzazione diretta tramite spazi pubblicitari era possibile. L’unica incognita era la seguente: sarei riuscito a trasferire il frutto del mio lavoro di un anno da un hosting all’altro?

Spreaker: come funziona

Per una serie di fattori tecnici, non riuscii a spostare la mia presenza online da un hosting all’altro. Persi quindi (quasi) tutto quello che avevo costruito in circa un anno di lavoro, inclusa la audience che mi aveva seguito fino a quel momento su Spotify. Proprio così: dovetti eliminare il podcast precedente, e pubblicarne uno ex novo, con stesso nome e caratteristiche.

Demotivato, smisi di registrare dopo l’upload di alcune poche puntate. Ripresi nel 2020, quasi tre anni dopo, per una questione di noia dovuta alla pandemia in atto. oggi è esattamente un anno di utilizzo di Spreaker. Come mi sono trovato?

Sono partito con il piano gratuito, che offre cinque ore di registrazione e poche statistiche. Dopo due mesi, attivai il piano a pagamento On-Airt Talent, col quale attivai la monetizzazione con successo, fino ad avere un guadagno complessivo che per il primo anno di attività discontinua reputo buono. 

Così come Anchor, Spreaker permette di pubblicare le tue puntate su differenti piattaforme digitali con pochi click. Da utente medio (sia chiaro, non mi reputo di certo un podcaster professionista), l’unica grande differenza che noto è appunto la monetizzazione: con un pannello apposito, ho la possibilità di gestire in autonomia il tutto. 

Anchor o Spreaker? La mia opinione

Come hai potuto leggere, la mia voglia di sperimentare mi ha dato la possibilità di provare entrambi, e alla domanda “Amedeo, meglio anchor o spreaker?” io rispondo Spreaker. Ad oggi, la monetizzazione diretta delle puntate è un punto critico, che dovrebbe essere preso in considerazione da chiunque punti a divulgare o intrattenere. 

Quanto si guadagna con Spreaker? Quanto costano i piani a pagamento? Se sei interessata/o a caratteristiche più tecniche,  sto lavorando a un’intera guida a riguardo, che pubblicherò qui sul blog. Nel caso tu non voglia aspettare o abbia bisogno di una consulenza specifica sull’impostazione e la gestione della monetizzazione, non esitare a contattarmi. Al prossimo contenuto!

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